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EVITARE LO SHOCK MA LE IMPRESE?



Il rialzo dei tassi d'interesse deciso dalla BCE, a settembre, potrebbe non essere l'ultimo da qui alla fine dell'anno. Quale futuro per le aziende e le famiglie?


La pubblicazione dei verbali della riunione BCE dello scorso mese di settembre non ha fatto altro che confermare quello che già era nell'aria e sapevamo: il rialzo dei tassi di 25 punti base. Il motivo è presto detto: stante un’economia rallentata e ancora in frenata, il primo passo è quello di evitare un’ulteriore shock. Da qui la sola opzione possibile per la BCE: mantenere i tassi alti cercando di evitare che l’inflazione resti ancora a lungo troppo elevata con l’obiettivo, ormai assodato da tempo, di riportarla a valori più bassi.

Secondo la Banca Centrale Europea i tassi alzati al valore attuale, mantenuti in un arco di tempo lungo, aiuteranno il ritorno del valore dell’inflazione ad un target del 2%.


Rimane, dunque, in essere una politica monetaria decisamente restrittiva con una tempistica che rimarrà soggetta alle variazioni e conseguenti valutazioni che emergeranno dai dati economici in base all’evoluzione dell’inflazione stessa. Il 26 ottobre è prevista un’altra riunione della Banca Centrale Europea dove, salvo clamorosi cambiamento dello scenario economico, i tassi dovrebbero rimanere invariati per poi vedere cosa accadrà in quella di dicembre. Non si può escludere un possibile ennesimo rialzo.


CRESCITA FUTURA E QUADRO ECONOMICO PROSPETTICO

Nonostante la debolezza economica emersa negli ultimi mesi, il panorama della politica monetaria non dovrebbe cambiare tanto rapidamente (sempre secondo BCE): i tassi ufficiali rimarranno alti ancora per un po’, anche in virtù del rialzo dei prezzi nelle ultime settimane e del petrolio. Semmai la preoccupazione della BCE resta legata alla crescita futura. Lo scenario di base prevedeva una ripresa dei consumi privati dopo il 2023: previsione che potrebbe essere rimessa in discussione dalla pressione esercitata sul rialzo dei generi alimentari e costi dell’energia.


Di fatto, non dovrebbe esserci una recessione grave dal momento che la maggior parte degl’investimenti a rischio si sta comportando bene. Gli spread sui titoli di stato (nonostante la crescita economica più debole a breve termine) hanno retto bene, con un leggero rialzo dall’ultima riunione; sono cresciuti, invece, quelli sulle obbligazioni rimanendo, comunque, inferiori a quelli del 2022. L’inflazione rimane sempre il nodo cruciale: nell’Eurozona, ad agosto, si è mantenuta stabile sul 5,3% favorita dal traino dell’aumento dei prezzi energetici; quella legata ai prezzi alimentari, sempre in riferimento ad agosto, è rimasta sul 10% anche se diminuita rispetto a marzo dove ha registrato il picco. Infine quella legata ai beni industriali (escludendo energia) si è stabilizzata calando al 4,8%.


PERCHÉ IL RIALZO DI 25 PUNTI?

La Banca Centrale Europea, dunque, ha aumentato i principali tassi d’interesse di 25 punti base. Il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali e i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la BCE sono stati portati, rispettivamente, al 4,50%, 4,75% e 4,00%. Secondo Philip Lane, capo economista della BCE, la decisione di aumentare i principali tassi di interesse, ancora una volta, è nata dall’esigenza di riportare l’inflazione ad un target del 2%. Situazione già ampiamente messa in atto più volte. Lane sostiene che l’attuale politica restrittiva monetaria si sta rivelando efficace con un’influenza positiva sui finanziamenti e l’economia reale. Si tratterebbe, dunque, di un intervento “garantistico”: c’è da scommettere che quello di settembre potrebbe non essere l’ultimo rialzo. Perché si arriverebbe a questa decisione (quasi una certezza)?


Secondo quando emerso dai verbali, se l’economia si evolverà come da previsioni, l’ennesimo rialzo dei tassi rafforzerebbe la fiducia sul possibile ritorno del valore dell’inflazione ai livelli desiderati nei tempo di previsione. Secondo: un tasso di interesse più alto ridurrebbe l’impatto di possibili shock al rialzo sull’andamento dell’inflazione. Un fatto rimane incontestabile: è difficile prevedere cosà accadrà nei prossimi mesi. L’asse tattico è spaccato in due, da una parte i Paesi più rigidi al rigore tradizionale, come la Germania, sostenitori del rialzo dei tassi, dall’altra quelli più in sofferenza e indebitati come l’Italia o la Spagna. In sostanza, i rigoristi hanno chiesto e ottenuto di alzare ancora i tassi, gli altri hanno sottolineato il rischio di un errore enorme.


EFFETTI: AZIENDE ITALIANE IN SOFFERENZA

Passo indietro: in un anno e due mesi la BCE di Lagarde è andata al rialzo dei tassi ben 10 volte. Il tutto creando non poco disagio alle aziende italiane e a chi “vorrebbe” investire nel made in Italy. Nel breve arco di un anno, i prestiti concessi dalle banche sono crollati in verticale di 57 miliardi, di cui 53 per le aziende (ndr: dati ricerca Unione Nazionale delle Imprese). Il tutto porta ad una stretta del credito o se preferite, all’anglosassone, “credit crunch” sia per la limitazione ai crediti optata dalle banche, sia per l’atteggiamento delle aziende che si sono viste costrette a porre più attenzione alla loro salvaguardia nelle strategie di sviluppo. I dati nella tabella spiegano chiaramente l’andamento da agosto 2022 ad agosto 2023.


PRESTITI ALLE AZIENDE DALLE BANCHE 2022 - 2023

TIPO

2022

2023

Stock di crediti erogati al settore privati

1355 miliardi

1297 miliardi

Prestiti alle aziende

678 miliardi

625 miliardi

Finanziamenti alle aziende fino a 1 anno

153 miliardi

139 miliardi

Finanziamenti alle aziende oltre 5 anni

362 miliardi

332 miliardi



Ma quello che preoccupa di più è la conseguenza del continuo rialzo dei tassi sui crediti in sofferenza, ovvero i prestiti contratti da imprese e famiglie che non riescono più a rimborsare. Siamo risaliti a 18 miliardi, + 1,6 miliardi su base annua; se analizziamo i primi trequarti dell’anno, (8 mesi), siamo già ad un aumento di quasi 4 miliardi. L’accesso ai prestiti con le attuali e continue strette monetarie è diventato pressoché proibitivo. Le continue strette monetarie della BCE le condizioni di accesso ai prestiti sono diventate di fatto proibitive. Nei leasing e prestiti a tasso variabile si è arrivati ad un peggioramenti fino all’80%, non una grande prospettiva per il futuro delle imprese italiane.





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